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  • Per un’estetica della scelta, della riproducibilità e dell’imperfezione

    Il Manifesto del Deformalismo digitale propone una riflessione sull’arte contemporanea a partire dalla trasformazione introdotta dalle tecnologie digitali

    Questo saggio sull’estetica vuole avviare una proposta articolata in quattro direzioni: la critica dell’istituzionalizzazione del valore artistico; la ridefinizione del rapporto tra artista e tecnologia; la rivalutazione della riproducibilità e dell’imperfezione; infine, la rivendicazione di una relazione immediata tra immagine e spettatore.
    Con il neologismo Deformalismo digitale ci si vuole riferire ad una nuova corrente in grado di contemplare le implicazioni estetiche della condizione algoritmica contemporanea.


    Critica all’ecosistema artistico novecentesco  L’artista del novecento ha dovuto misurarsi con una complessa rete di relazioni culturali, economiche e sociali capaci di determinare sia il valore di un'opera che la sua stessa reputazione. Questo ecosistema si divide principalmente in due macro-mondo sinergici: il circuito commerciale (che genera valore economico) e il circuito istituzionale (che genera valore culturale). Il mercato può stabilire un prezzo; un museo può attribuire visibilità; un critico può produrre interpretazioni; un curatore può costruire una narrazione. Nessuna di queste operazioni coincide tuttavia necessariamente con l’esperienza estetica. Un ecosistema legato a meccanismi di validazione culturale legati a doppio filo con il periodo storico in cui esso si è consolidato, che è lecito chiedersi se possa ancora considerarsi autorevole. Stanno cambiando i luoghi e i modi di visibilità dell’opera, le sue modalità di produzione, le figure dei mediatori culturali, l’intero sistema di gestione delle pubbliche relazioni.

    Lungi dal proporre una contrapposizione ideologica e politica alle figure chiave del marketing artistico (art consultants, critici d’arte, musei, gallerie e grandi esposizioni istituzionali), è indiscutibile che il network digitale per sua natura irrompa in modo deflagrante nelle regole di autorevolezza dell’intera filiera. La rete, l'intelligenza artificiale e i social media stanno profondamente destabilizzando l'ecosistema tradizionale dell'art business, scardinandone i meccanismi storici di intermediazione, valore e autenticità.
    Più che una distruzione totale, stiamo assistendo a una disintermediazione radicale e alla nascita di un modello ibrido. Se prima il sistema dell'arte era una struttura piramidale e "chiusa" (regolata da pochi gatekeeper come gallerie d'élite e grandi critici), oggi si sta trasformando in una rete fluida, accessibile ma anche estremamente frammentata. Il Deformalismo digitale si colloca precisamente nello spazio di questa trasformazione.

    I social media stanno indebolendo la necessità del filtro della galleria per raggiungere il pubblico e i collezionisti. Un artista oggi può mostrare il proprio processo creativo a milioni di persone, vendere direttamente tramite piattaforme di e-commerce personali, e trattenere il 100% dei ricavi.
    Al critico come certificatore di qualità si  sovrappone il valore misurato dall'algoritmo, dal numero di follower e dall'engagement, spostando il focus dal valore culturale intrinseco alla notorietà virale.

    L'Intelligenza Artificiale Generativa tende a mettere in crisi il concetto di Autore e Valore per come lo conosciamo, ponendo sfide filosofiche ed economiche senza precedenti. Viene meno il mito romantico dell’unicità, che a sua volta teneva in piedi il mercato classico dell'arte fondata sul concetto di scarsità. Ineluttabilmente dobbiamo confrontarci con un regime di abbondanza infinita di opere visive, replicabili all’infinito, la cui portata dirompente è stata ampiamente prefigurata dalla critica di Benjamin e della Scuola di Francoforte. E se nell'arte digitale e commerciale (illustrazione, concept art) questo è già una realtà evidente, la cosa non può non interessare anche la produzione non espressamente prodotta per ragioni commerciali, ma che con queste dinamiche deve in ogni caso misurarsi.

    Emergono contraddizioni di natura legale e di copyright: Le IA sono addestrate su miliardi di opere di artisti viventi senza il loro consenso. Questo sta creando una forte frizione legale e morale tra i creatori e le big tech, minacciando il concetto stesso di diritto d'autore. Uno dei punti più radicali del manifesto riguarda la critica della trasformazione dell’opera in bene finanziario. L’opera d’arte contemporanea può infatti essere simultaneamente immagine, oggetto estetico, documento, bene di lusso, investimento e dispositivo di distinzione sociale. Queste dimensioni non coincidono.

    Il Deformalismo parte dalla constatazione che l’aumento del prezzo, oggi più che mai, non costituisca una prova dell’aumento del valore artistico. La distinzione è apparentemente ovvia, ma diventa teoricamente importante quando viene applicata all’arte digitale. Nel momento in cui un’immagine può essere prodotta, modificata e distribuita con costi marginali estremamente ridotti, il rapporto tradizionale tra scarsità materiale e valore economico viene sottoposto a una pressione radicale. La storia dell’arte mostra, tuttavia, che la scarsità non è una condizione universale dell’opera. L’incisione, la fotografia, il libro illustrato, il manifesto, la stampa d’arte e successivamente la grafica digitale hanno sempre introdotto forme differenti di moltiplicazione. Il Deformalismo digitale rivendica una vocazione più democratica della circolazione dell’immagine: il valore di un’opera non dovrebbe dipendere dalla sua collocazione in uno spazio consacrato. In questo senso il Deformalismo digitale non propone una utopica democratizzazione commerciale dell’arte. Propone piuttosto “de-istituzionalizzazione dell’esperienza estetica”.

    Le mostre virtuali, i visori di realtà aumentata/virtuale (VR/AR) e le piattaforme di visualizzazione online (OVR - Online Viewing Rooms) nate durante la pandemia sono ormai strutturali.  Questo riduce l'importanza geografica dei grandi centri dell'arte (Londra, New York, Milano) a favore di una piazza globale e continua, dove però il rischio di "infobesità" e saturazione dell'attenzione è altissimo. Se un algoritmo produce in pochi secondi un’immagine che precedentemente avrebbe richiesto ore o giorni di lavoro manuale, la questione non può essere risolta semplicemente contrapponendo «vero artista» e «macchina». Il problema consiste nel ridefinire quali operazioni appartengano all’autorialità. Il Deformalismo Digitale suggerisce una risposta precisa: l’artista contemporaneo è sempre più colui che **seleziona**. Il problema non è più soltanto produrre una forma, ma orientare uno spazio enorme di possibilità. Prompt, selezione, variazione, montaggio, ritaglio, deformazione, post produzione, esclusione e stampa diventano momenti di un processo creativo unitario. Questo non elimina la competenza. Al contrario, la trasforma.

    Il mito dell’aura e del genio artistico

    La tradizione artistica occidentale ha spesso associato il valore alla difficoltà di esecuzione. La pittura virtuosa, la scultura tecnicamente complessa o la capacità di rappresentazione hanno costituito per secoli elementi importanti della formazione dell’artista. L’intelligenza artificiale introduce una condizione diversa: la disponibilità quasi istantanea di un numero potenzialmente enorme di soluzioni visive. Il principio può essere interpretato come un passaggio dalla “poiesis” alla “selection”: dall’atto di fabbricare direttamente ogni elemento all’atto di determinare quali elementi debbano entrare nella forma finale. Il Deformalismo Digitale focalizza sulla vera essenza dell’arte, che è eminentemente concettuale, e non più artigianale. Persino la fotografia oggi si è evoluta dall’orizzonte mimetico, come strumento per riprodurre la realtà, alla astrazione di un concetto, di una idea, alla interpretazione del mondo rappresentato. Scegliere, rifiutare, deformare e ricombinare. Sono gli ambiti in cui si muove l’artista nell’era algoritmica. Spazi infiniti e tutti da esplorare. L’autorialità non scompare. Diventa meno visibile nella superficie e più evidente nella struttura delle decisioni.

    La critica alla perfezione digitale

    Uno degli aspetti più originali del manifesto è la critica della perfezione digitale. La comunicazione visuale oggi come ieri, rasenta il kitsch proprio nel tentativo di emulare fedelmente la realtà, corrompendola dal di dentro. Se bellezza, perfezione e uniformità resistevano ancora come eredità dell’arte rinascimentale, oggi queste sono i segni di riconoscimento del nuovo conformismo e della banalizzazione. La tecnologia contemporanea è capace di produrre immagini levigate, simmetriche, dettagliate e formalmente coerenti. Ma proprio questa capacità può generare uniformità. Se milioni di immagini condividono gli stessi criteri di bellezza, la perfezione rischia di trasformarsi in un nuovo conformismo.Il Deformalismo risponde a questo rischio valorizzando l’anomalia.
    La deformazione diventa quindi non un difetto da correggere ma una strategia estetica. Una proporzione sbagliata, una materia impossibile, una superficie che non appartiene a nessun materiale reale possono interrompere il consumo immediato dell’immagine. In termini fenomenologici, l’errore introduce una resistenza percettiva. Lo spettatore deve fermarsi. L’immagine può essere simultaneamente seducente e sgradevole, armoniosa e perturbante, elegante e volgare, infantile e sofisticata. Questa posizione dialoga con una lunga tradizione dell’avanguardia europea, nella quale l’opera non è più concepita come semplice produzione di armonia. Dada, Surrealismo, Futurismo, Espressionismo e numerose esperienze dell’arte del Novecento hanno trasformato l’errore, l’assurdo, il caso e la dissonanza in strumenti creativi.

    Il Deformalismo digitale eredita questa libertà ma la colloca in un ambiente tecnologico nuovo. La macchina non viene utilizzata per ottenere una maggiore fedeltà al reale. Viene utilizzata per allontanarsene. Da questo punto di vista, il termine «deformalismo» non dovrebbe essere interpretato come una semplice negazione della forma. La forma rimane centrale. Ciò che viene rifiutato è piuttosto la **forma come norma obbligatoria**.

    Arte come spazio di produzione di senso

    Un altro asse fondamentale del manifesto riguarda il rapporto tra opera e interpretazione. Se gli algoritmi sono addestrati al ragionamento logico, linguistico e matematico, l’artista ha il compito di superare la soglia dei significati codificati in repertori per esplorare ciò che resiste alla interpretazione critica. Sfondare la barriera del significato per abbracciare gli orizzonti del senso, dell’ambiguità semantica e della intelligibilità comporterà nuove modalità creative, mediate da strumenti concepiti per restituire formule prevedibili e dotate di senso compiuto.  
    Un’immagine può produrre piacere, irritazione, curiosità, straniamento o semplicemente attenzione. Queste reazioni costituiscono già forme di esperienza estetica.

    Dove Benjamin osservava il tramonto dell’aura, il Deformalismo vede una possibilità: moltiplicare un’immagine non le toglie valore ma ne aumenta la presenza nel mondo. Nel contesto tradizionale dell’arte, la moltiplicazione può sembrare una perdita: una copia vale meno dell’originale. Nel sistema digitale, invece, la moltiplicabilità è una proprietà strutturale dell’immagine. L’arte digitale introduce una situazione particolarmente interessante perché l’immagine può essere contemporaneamente un file, una procedura, una matrice, una stampa e una serie di istanze. La stessa immagine può quindi esistere come dato digitale sul computer, come stampa su carta, come grande formato su tela, come immagine su uno schermo o come animazione. L’opera non coincide più necessariamente con un unico supporto.


    Il Deformalismo digitale porta questa possibilità fino alle sue conseguenze estetiche: non considera la molteplicità come una diminuzione dell’opera, ma come una sua caratteristica. Ne deriva una concezione dell’autenticità meno fondata sull’unicità materiale e più fondata sulla “responsabilità dell’atto creativo”.
    La firma, in questa prospettiva, non dovrebbe certificare la rarità economica dell’oggetto. Dovrebbe indicare chi assume la responsabilità di quella determinata scelta visiva. La celebre formula «the medium is the message» di Marshall McLuhan non significa semplicemente che il contenuto sia irrilevante. Indica piuttosto che ogni tecnologia modifica la scala, il ritmo e le condizioni attraverso cui le attività umane vengono svolte. La tecnologia, dunque, non costituisce di per sé un’estetica. È una condizione di possibilità. L’estetica nasce da ciò che l’artista riesce a fare con quella condizione.

    Questa posizione presenta evidenti affinità con la nozione di *postproduction* sviluppata da Nicolas Bourriaud, secondo cui numerose pratiche artistiche contemporanee lavorano su materiali, immagini e repertori già esistenti, selezionandoli, modificandoli e ricombinandoli. L’artista contemporaneo non opera necessariamente davanti a una materia vergine. Opera spesso dentro un archivio. L’AI radicalizza questa condizione perché trasforma l’archivio in un ambiente operativo nel quale la produzione di varianti diventa praticamente illimitata. L’artista non parte quindi necessariamente dal nulla. Parte da una cultura visiva preesistente e cerca di introdurvi una deviazione. In questo senso, il «deformalismo» può essere interpretato come una pratica della deviazione: prendere una forma riconoscibile e spingerla fino al punto in cui smette di essere semplicemente riconoscibile.


    Conclusione: una nuova etica della scelta

    Il Manifesto del Deformalismo digitale non propone semplicemente una nuova tecnica artistica.  La sua ambizione più interessante è proporre una diversa gerarchia dei valori. Pone la molteplicità al posto dell’unicità. L’imperfezione al posto della perfezione. La scelta al posto della manualità come misura del valore.  La tecnologia come mezzo e non come fine.

     

    Bibliografia


    Benjamin, W. (1936), *L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica*, in *Scritti sulla letteratura e sull’arte*.

    Bourriaud, N. (2002), *Postproduction: Culture as Screenplay: How Art Reprograms the World*, Lukas & Sternberg, New York.

    Duchamp, M. (1917), *Fountain*, readymade, New York.

    Goodman, N. (1968), *Languages of Art: An Approach to a Theory of Symbols*, Bobbs-Merrill, Indianapolis.

    McLuhan, M. (1964), *Understanding Media: The Extensions of Man*, McGraw-Hill, New York.

    Meli, P., *Manifesto del Deformalismo digitale*, documento programmatico.

    Freitas, A. (2013), “Artwork expanded: the avant-garde and the allographic regime”, *ARS*, 11(22).

    Pinto, R. (2015), “Postproduzione”, *Enciclopedia Italiana*, IX Appendice.

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