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Il mito dell’autorialità romantica nell’era della Intelligenza artificiale

Il mito dell'autore come creatore unico e originale — pilastro dell'industria culturale e del diritto d'autore — è sottoposto a pressioni strutturali dalle economie digitali e distribuite che oggi governano ogni forma di comunicazione, inclusa l'arte.

Le economie distribuite e digitali - dalle quali qualsiasi forma di comunicazione, arte compresa, oggi non può prescindere -  obbligano a riconsiderare molti paradigmi fino a ieri intoccabili. Il primo a subire un contraccolpo importante è il concetto di autore inteso come “creatore unico”, che nella fase matura dell’industria culturale resiste nell’immaginario collettivo più come mito romantico, utile alla promozione del “brand del nome”, che come realtà fattuale.

Le nuove tecnologie di riproduzione digitale, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che promettono persino di replicare l’impasto materico del colore sulla tela, minacciano le arti visive al destino delle arti replicabili su larga scala. Destino al quale la pittura pareva ancora resistere, a differenza del cinema, e della musica, che sono arti riproducibili per definizione.
Quella che potrebbe venire a cadere è una economia di mercato basata sulla scarsità. Il quadro come opera unica nata dalle mani di un autore alle prese con le tecniche pittoriche e con la propria ispirazione è l’unica giustificazione per vendere un’opera milioni di euro. Tutto il mercato dell’arte e la filiera ad esso connessa, dal critico d’arte al gallerista, sono intimamente legati all’unicità del feticcio. Il nome dell’artista funziona come un marchio di garanzia finanziaria, e il diritto d’autore ne costituisce ancora la legittimazione giuridica. Possiamo affermare che in tutta la produzione precedente l’era digitale la figura dell'artista coincide nell’immaginario collettivo a Pollock che scaglia il colore sulla tela, o a Van Gogh che dipinge in preda ai suoi fantasmi: una mitologia che trova le sue ragioni in un meccanismo psicologico prima, ed economico poi. Comprare un quadro significava comprare un pezzo di anima (o di brand) di quell’artista.
Ciò che l’era digitale però tende a sminuire è più il valore del feticcio che non la qualità del prodotto artistico in sé.

Non si tratta di mettere in discussione il principio di tutela del lavoro intellettuale tout court. Piuttosto va preso atto che il diritto d'autore tradizionale, rigido e incentrato sulla proprietà esclusiva, fatica a inquadrare le forme di produzione culturale diffusa, dove la creazione è un processo continuo e collettivo più che un oggetto statico e individuale: l’evoluzione più plausibile va verso modelli di tutela capaci di valorizzare l'accesso e la circolazione, anziché l'esclusività e il controllo.

 

Citiamo almeno tre scenari:

Cultura del remix e del riuso: La creatività digitale si basa spesso sulla manipolazione, il campionamento e la reinterpretazione di opere esistenti (si pensi ai meme, alla musica elettronica o alle fanfiction).
Opere collettive e decentralizzate: Le logiche del software open source si applicano sempre più ai prodotti culturali.
Intelligenza Artificiale: L'avvento di strumenti generativi confonde ulteriormente il confine di chi sia l'effettivo "autore" di un'opera.

I modelli attualmente accettati che puntano in questa direzione sono, ad esempio:

a) Il modello Creative Commons (CC): L'autore decide in anticipo quali diritti riservarsi (es. permettere la diffusione non commerciale). Favorisce la massima circolazione dell'opera senza rinunciare alla paternità intellettuale.

b) Il modello Direct-to-Consumer (D2C): Vendita diretta tramite piattaforme decentralizzate, abbonamenti (Patreon, Substack) o crowdfunding. L'autore trattiene la quasi totalità dei profitti, eliminando la necessità della filiera industriale.

c) I modelli basati sulla scarsità artificiale / Web3, Utilizzo di tecnologie decentralizzate per tracciare la proprietà e garantire micro-royalty automatiche a ogni passaggio, che tentano di reintrodurre una scarsità artificiale in un contesto nativamente digitale.

In conclusione, la disintermediazione spinge l’evoluzione del diritto d'autore da strumento di protezione di una rendita di posizione industriale a strumento di garanzia di una giusta remunerazione per l'atto creativo, in un contesto dove il valore non risiede più nella scarsità della copia fisica, ma nella relazione diretta tra l'autore e la sua comunità.


Lo “stato dell’arte”, oggi come ieri

L'artista visivo moderno agisce già, in molti casi, pressappoco come un regista cinematografico o un direttore creativo: fornisce l'idea, la visione e la firma, mentre l'esecuzione è collettiva. Hirst ha dichiarato apertamente che molti dei suoi famosi Spot Paintings (i quadri a pois) sono dipinti dai suoi assistenti, e che "i migliori sono quelli dipinti da Rachel" perché lei è più precisa di lui. Grandi star dell'arte contemporanea come Jeff Koons, Damien Hirst, Takashi Murakami o Maurizio Cattelan non realizzano materialmente le proprie opere. Hanno studi che sembrano fabbriche o agenzie di design, dove decine di artigiani, programmatori, scultori e assistenti fondono il metallo, stendono il colore o programmano software.
A traballare c’è un’intera narrazione sul ruolo dell’arte. Affermare perentoriamente che un quadro vada considerato un prodotto editoriale o industriale, esattamente come un film della Pixar o un disco pop è un bagno di realtà di cui l’ecosistema artistico non sente davvero il bisogno. Ma aiuterebbe a contenere gli eccessi di un business spesso senza scrupoli che lucra sulla "sacralità" dell’operato artistico.
Se a qualcuno tutto questo può suonare blasfemo, si tenga conto che per certi versi non c’è nulla di nuovo sotto il sole: nel Rinascimento e nel Barocco, Raffaello, Rubens o Rembrandt guidavano botteghe affollatissime. Il maestro dipingeva il volto e le parti complesse, gli allievi i fondali, i panneggi, gli animali. L'autorialità è sempre stata un'impresa commerciale e collaborativa, poi "appiattita" dalla storiografia successiva per creare il mito del singolo genio.

Oltre il mito del genio

Il mito del genio che disprezza il denaro è servito storicamente a fondare l’istituzione del Diritto d’autore: l’istituto giuridico che permette di monetizzare quel genio. L'artista cede poi questo diritto proprietario all'industria (editori, etichette, gallerie), che lo usa come scudo legale per speculare. Non a caso, storicamente, le prime leggi sul copyright (come lo Statuto di Anna del 1710 in Inghilterra) non nacquero per proteggere gli artisti, ma per tutelare i grandi editori e stampatori che volevano il monopolio sulla riproduzione dei testi (M. Woodmansee, The Genius and the Copyright: Economic and Legal Conditions of the Emergence of the “Author, 1984). Un appunto molto pungente a questo sistema lo si riscontra anche nel celebre saggio di Michel Foucault, “Che cos’è un autore?” (1969), che affrontando la funzione discorsiva dell’autore lascia qualche spunto di riflessione circa la relazione tra valore e scarsità come meccanismo finalizzato a limitare ed escludere. Argomento ben approfondito da autori come Bernard Edelman e Pierre Bourdieu.
In altri termini, la speculazione finanziaria nell'arte non compra la tela o il colore, e spesso non compra nemmeno l'estetica: compra la firma, protetta dal sistema giuridico del copyright e dei certificati di autenticità.
Dietro il paravento della nobile causa dell’arte, le leggi sul diritto d'autore garantiscono in sostanza flussi di cassa costanti e prevedibili (tramite streaming, pubblicità, cinema) protetti dalla legge per decenni (fino a 70 anni dopo la morte dell’autore).

Autorialità e arte digitale

Alla vigilia della intrusione inevitabile delle intelligenze artificiali nell’operato dei produttori di ogni forma di contenuto, compresa quella artistica, senza voler sminuire le intuizioni e le critiche sacrosante della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer e Marcuse in primis), preferiamo concordare con Roland Barthes, il quale sostenne che l'autore non è la sorgente ultima del significato di un testo. Il testo è un tessuto di citazioni, formule e codici già scritti ( e anche immagazzinati nei server delle AI data centers). L’autorialità intesa come "genio creatore" muore, e il vero centro dell'opera diventa il lettore, che ricompone e dà senso a questo flusso preesistente. Pierre Bourdieu affermerebbe che Il successo dell'autore è determinato dalla capacità di manipolare un "capitale simbolico” nei modi a lui più consoni.

Conclusione


I nuovi ecosistemi digitali ci obbligano a riconoscere che l’autorialità stessa sta cambiando natura. Non è più un’identità fissa, ma un processo fluido, distribuito, condiviso. Un campo ibrido in cui l’intelligenza umana e quella artificiale si contaminano reciprocamente. 
In questo spazio intermedio hanno un gioco fondamentale non solo il diritto, ma anche la filosofia dell’arte, l’etica e persino la nostra idea di creatività. Perché oggi più che mai l’arte dimostra la sua natura eminentemente concettuale, lasciandosi dietro le connotazioni romantiche di una artigianalità perduta.

Il dibattito sull’arte generata da intelligenza artificiale è, in fondo, il sintomo di un passaggio epocale: dobbiamo imparare a pensare la creazione artistica non più come l’espressione solitaria e geniale di un creatore solitario, ma come il risultato di una rete complessa di relazioni, algoritmi, dati, intuizioni e scelte. Una nuova forma di autorialità diffusa, ancora tutta da esplorare.
 

Abstract

Il mito dell'autore come creatore unico e originale — pilastro dell'industria culturale e del diritto d'autore — è sottoposto a pressioni strutturali dalle economie digitali e distribuite che oggi governano ogni forma di comunicazione, inclusa l'arte. Il saggio ripercorre la costruzione storica di questo mito e la sua funzione economica, mostrando come la paternità dell'opera sia sempre stata un'impresa collaborativa e commerciale: dalle botteghe rinascimentali di Raffaello e Rubens ai modelli di produzione collettiva dell'industria musicale e cinematografica, fino alle pratiche di studio di Hirst, Koons e Murakami. Si sostiene che il diritto d'autore non sia mai stato concepito principalmente per tutelare gli artisti, bensì per garantire flussi di ricavi agli intermediari industriali: un sistema sempre meno adatto alle realtà della produzione digitale diffusa. La digitalizzazione ha ridotto i costi di riproduzione quasi a zero, erodendo la logica della scarsità su cui poggia il mercato dell'arte tradizionale. I modelli emergenti — Creative Commons, piattaforme di vendita diretta al consumatore, Web3 — prefigurano nuove forme di tutela che privilegiano l'accesso e un'equa remunerazione rispetto all'esclusività. Attingendo al pensiero di Roland Barthes, Michel Foucault, Pierre Bourdieu e Umberto Eco, il saggio sostiene che la paternità dell'opera vada intesa non come un'identità statica, bensì come un processo fluido, distribuito e relazionale. L'avvento dell'intelligenza artificiale generativa accelera questa trasformazione, sfumando i confini della paternità artistica e offrendo al contempo agli artisti nuovi strumenti di espressione concettuale. La sfida per l'artista digitale consiste nell'orientare l'IA — un sistema tarato per soddisfare le preferenze della maggioranza — verso un'ambiguità produttiva e un'autentica autonomia artistica. Nell'era digitale, la paternità dell'opera non scompare, ma si ridistribuisce tra reti, algoritmi e comunità. A dover cambiare non è il nostro legame con il lavoro creativo, bensì i quadri giuridici ed economici attraverso i quali tale lavoro viene riconosciuto e ricompensato.

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