L'idioletto dell'artista nell'era delle macchine che pensano
Chi scrive è convinto che l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale nel campo dell’arte ci obblighi urgentemente a rivedere ed aggiornare molti assunti teorici che fino a ieri consideravamo assodati.
Quel comodo pregiudizio condiviso che ci permetteva di trovare nel territorio dell’arte un’area franca dove poter segnare un discrimine rigido e invalicabile tra ciò che una macchina è in grado di produrre e il lavoro dell’artista, oggi rischia di sgretolarsi a causa di macchine capaci di riprodurre delle cose dotate di senso proprio effettuando operazioni di selezione e combinazione di codici linguistici naturali, lavorando su una memoria di repertori sconfinata.
Non ci troviamo più di fronte ad processo di mera esecuzione deterministica di istruzioni finite, non ambigue, pilotate dall’uomo, ma a un sistema di elaborazione avanzata di repertori la cui rapidissima successione, selezione, combinazione, produce risultati di senso imprevedibili, di fronte ai quali chi a tale sistema si affida può solo valutarne a valle, non a monte, i risultati. E porre il veto. E’ comunemente noto ad esempio che l’Intelligenza artificiale è soggetta alle cosiddette allucinazioni.
L’allucinazione di una intelligenza artificiale è omologabile alla menzogna. E la teoria dei segni ci insegna che tutto quello che è usato per mentire è un linguaggio, pertiene al campo del senso, del significazione e dell’umano.
Un umano che sta dietro i processi semiotici, a monte o a valle, ma mai totalmente padrone del processo. Metalinguaggio che, proprio per la sua intrinseca ambiguità, non può non essere degno di considerazione nella produzione artistica. E il fatto che l’ambiguità frutto di un percorso casuale non ne diminuisce il fascino e la potenza. Appropriarsi delle competenze per manovrare tale ambiguità è lo scopo ultimo di un artista digitale.
Una poesia prodotta da un bot AI, spesso, è paragonabile a quella di un cattivo poeta alle prime armi. Entrambi utilizzano goffamente un repertorio limitato di luoghi comuni, ottenendo mediocri risultati. Ma se la AI può attingere a milioni di repertori, e la si sa usare, il risultato può cambiare valenza, spessore, valore intrinseco.
Di più: le AI possono, tramite auto-miglioramento di apprendimento, imparare a produrre senso seguendo il particolare idioletto (1) del proprio utilizzatore. L'idioletto artistico viola continuamente le sue stesse regole per generare sorpresa. È un vero e proprio algoritmo che "impara" e si modifica da solo a ogni nuova opera. Esattamente quello che la AI permette di governare.
L’arte, storicamente, inizia quando rinuncia a rappresentare la realtà per quella che è, per essere un algoritmo estetico individuale: “la realtà per come viene rappresentata dall’artista”. Lavoro che le AI stanno imparando a manipolare con grande disinvoltura. A partire dalla comprensione degli idioletti specifici di ogni singolo autore, la critica d’arte assurge a disciplina capace di interpretare meccanismi che l’autore spesso applica inconsciamente, automaticamente. Proprio come fanno i sistemi di intelligenza artificiale.
Siamo passati velocemente da un periodo in cui la contrapposizione “umano vs artificiale” ha cessato di avere senso.
Per la semiotica l'idioletto è la prova di come il codice generale non sia rigido, ma venga continuamente risignificato e personalizzato dall'individuo o dall'opera d’arte.
A questo punto vale la pena di soffermarsi su una distinzione:
L'algoritmo informatico tende alla standardizzazione e alla ripetibilità (se inserisci gli stessi dati con le stesse regole, ottieni lo stesso risultato).
L'algoritmo personale (idioletto) dell'artista è invece orientato all'ambiguità e all'auto-riflessività. L'idioletto artistico viola continuamente le sue stesse regole per generare sorpresa. È un algoritmo che "impara" e si modifica da solo a ogni nuova opera, introducendo quello che i semiologi chiamano un rumore produttivo o eccedenza di senso.
L’artista digitale combatte con l’uso delle AI una lotta per contrastare la banalità, la prevedibilità, la scontatezza di un prodotto che cerca di assecondare i gusti del pubblico.
E’ un lavoro estremamente difficile, perché l’intelligenza artificiale elabora risposte fatte per venire accettate dalla maggioranza degli utenti. Sarebbe il paradiso dei pubblicitari, perché tale è la logica del marketing.
Istruire una intelligenza artificiale a produrre senso senza scadere nel banale e nel prevedibile è cosa piuttosto complessa, che ritengo sia esattamente la missione del nuovo artista digitale.
Dal settecento in poi, l’arte (letteratura, pittura, musica) ha combattuto un conflitto sociale tra committente, che assecondava i gusti del pubblico, e artista che mal sopportava le convenzioni sociali a cui doveva sottomettersi. La società dei mass media ha ulteriormente inasprito questo conflitto: i produttori si sono serviti degli artisti per vendere prodotti che incontravano il gusto del grande pubblico, ripagandoli con remunerazioni iperboliche, fama e successo. La società digitale sposta il controllo della committenza dalle case editrici, di produzione musicale, dalle gallerie ai proprietari dei grandi mezzi di distribuzione (Amazon, Spotify, Artstation), i quali lucrano sui profitti delle vendite dirette presso le grandi piattaforme. Salta il ruolo cardinale di opinion makers, critici d’arte, galleristi, talent scout e nasce un nuovo scenario dove l’autore, con tutte le difficoltà del caso, si confronta direttamente senza filtri al giudizio del pubblico.
Il nuovo scenario però ha dei vantaggi: emancipa l’artista a produttore di se stesso. La sua idea di arte può passare attraverso la rete, raggiungere il pubblico con una politica di prezzi popolari e ottenere una autonomia economica personale. Chi ha detto che l’arte debba essere necessariamente una “merce” destinata ad estimatori danarosi?
L’ultima barriera a crollare nella nuova era dell’arte digitale è strettamente legata alla dimensione artigianale del manufatto artistico. L’artista che cerca di esprimere la propria visione del mondo adoperando gli strumenti digitali rinuncia al ruolo di semplice artigiano manuale. Si concettualizza. Evolve al ruolo di operatore culturale. E spesso non ha bisogno della benedizione di un critico per venire riconosciuto.
Il manufatto artistico, irriproducibile su larga scala, contribuisce a farne lievitare il valore. Valore derivato dalla carenza, dalla unicità, i cui vantaggi vanno solo in minima parte all’autore, ma servono a favorire l’industria dei diritti legali, generalmente a beneficio della rete di produttori e distributori.
La rinuncia al valore della carenza, dell’unicità del prodotto unico, comporta la rivalutazione del valore intrinseco dell’opera in quanto tale. L’arte digitale può avere un senso solo se rinuncia alla pretesa di incontrare i gusti del pubblico. E’ arte se esprime una resistenza, una opposizione e una alternativa al senso comune del bello e del piacevole.
L’arte digitale sarà tale se sarà capace di esprimere equilibrio, armonia, spessore concettuale in messaggi ambigui, dissonanti, lontani dal comune senso del gradevole. Potrà essere sorprendente, scioccante, urtante, politicamente scorretta.
E l’artista che saprà raggiungere questo scopo utilizzando sistemi che, per loro natura sono tarati per venire incontro alle preferenze del grande pubblico, come appunto l’AI, guadagnerà uno spazio di tuto rispetto nei nuovi scenari culturali degli anni a venire.
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(1) In semiotica, l'idioletto estetico è una regola che governa la manipolazione dei codici esistenti. In termini informatici, potremmo definirlo un meta-algoritmo o una funzione personalizzata. L'artista non inventa una lingua da zero, ma scrive uno "script" personale che seleziona, combina e deforma le regole della lingua comune in modo sistematico e prevedibile (quello che noi chiamiamo stile).
L'irruzione dell'intelligenza artificiale nel campo dell'arte impone una revisione urgente degli assunti teorici con cui, fino a ieri, si tracciava un confine netto tra produzione umana e produzione automatica. Le AI generative non eseguono semplicemente istruzioni deterministiche: selezionano, combinano e ricombinano repertori sconfinati producendo risultati imprevedibili, dotati di senso proprio. Anche il fenomeno delle "allucinazioni" — assimilabile alla menzogna — riconduce il sistema al dominio del significato e, dunque, dell'umano. Il concetto semiotico di idioletto estetico, elaborato da Umberto Eco, offre una chiave interpretativa cruciale: così come l'artista scrive un "algoritmo personale" che viola sistematicamente le regole del codice comune per generare sorpresa ed eccedenza di senso, l'AI può essere istruita a operare secondo lo stesso principio. La missione del nuovo artista digitale consiste precisamente nel contrastare la tendenza delle AI verso la standardizzazione e la prevedibilità, piegandone la logica verso l'ambiguità produttiva. In questo scenario, la disintermediazione digitale emancipa l'artista dal sistema tradizionale di committenza, consentendogli di raggiungere il pubblico direttamente e a prezzi accessibili. L'arte digitale autentica non insegue il gusto della maggioranza: esprime resistenza, dissonanza, sorpresa. E l'artista capace di ottenere tale risultato servendosi di strumenti tarati per compiacere il grande pubblico occuperà uno spazio di pieno rispetto nei nuovi scenari culturali.
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