La letteratura sull’uso artistico dell’intelligenza artificiale appare, al momento, frammentata, poco sistematica e affidata alle intuizioni dei singoli artisti coinvolti. Ma è veramente interessante notare come tanti contributi, provenienti dagli approcci interpretativi più diversi, sostanzialmente concordino su alcuni concetti di base.
Tra questi, una lucida e consapevole reazione alla saturazione di immagini digitali “perfette”, solitamente risultato prevedibile di prompt testuali. Da qui scaturisce la ricerca della rappresentazione dell’imperfezione come scelta stilistica, come recupero di una intenzione puramente concettuale e come interazione critica, addirittura polemica con il mezzo tecnologico.
Mai come in questo periodo l’arte figurativa mostra la sua natura altamente concettuale: in quello che definiamo “Deformalismo Digitale” si sfruttano scientemente le allucinazioni e le distorsioni dell'algoritmo per creare figure alterate, cariche di profondità psicologica e intensità emotiva.
Emerge la rappresentazione dell’Imperfezione come intenzione introspettiva assolutamente umana, come principio biologico naturale e come spazio da conquistare oltre le linee ben delineate dagli orizzonti digitali.
Curiosamente, questo lavoro sull’imperfezione digitale richiede una conoscenza ben più complessa dei sistemi di generazione delle immagini di quanto il gesto istintivo sulla tela poteva offrire, sgomberando il campo da tanto dilettantismo in cattiva fede che l’astrattismo novecentesco ha prodotto, complici meccanismi di marketing non sempre innocenti.